Visto da destra

OLIMPIADI: LE CAMPIONESSE DI TIRO CON L'ARCO SONO ICONE DI ETICA, NON DI ESTETICA

Quelle tre atlete sono delle campionesse. Qualsiasi altra valutazione di carattere superficialmente estetico, ci rimanda alla volgarità che sta caratterizzando troppo spesso le performances delle donne nella società. Mi aspetto che – quando si parla di queste campionesse – si tratti della loro forza mentale, del grande sacrificio dovuto in anni di allenamento, della vittoria non solo nell’aver raggiunto una medaglia, che resterà nella storia,  ma di essere state selezionate per rappresentare la propria nazione alle Olimpiadi.
È quanto ho dichiarato sulla stampa in merito al titolo (“Il trio delle cicciotelle sfiora il miracolo olimpico”) che il direttore di QS ha riservato all’impresa olimpica delle tre atlete azzurre di tiro con l’arco.

Ogni altra valutazione  è gossip di basso livello, che non varrebbe la pena di commentare se non fosse che ha portato allo schizofrenica rimozione del direttore del quotidiano. Le Olimpiadi sono una grande occasione per una nazione di ritrovare il proprio di appartenenza e di recuperare quell’orgoglio nazionale che smarriamo troppo spesso. È quindi un’occasione più etica che estetica, è il momento per riscoprire ciò che vale e fa vincere nel mondo.

Per me queste tre campionesse rappresentano tutto questo e chiederò a Guendalina Sartori, che è di Monselice, nel suo rientro in patria, di fare da ‘testimonial’ per la Regione del Veneto alla Settimana dello sport per insegnare ai tanti giovani che in questi giorni mi auguro stiano tifando Italia nelle tante discipline in cui ci distinguiamo, che prima di tutto lo sport è etica.

ECCIDIO DI SCHIO, DONAZZAN E CONTE SCRIVONO AL PREFETTO SOLDÀ: "RITIRI L'ONORIFICENZA A BORTOLOSO".

"Egregio Signor Prefetto, Lei ha l'opportunità di rimediare. Ritiri quel riconoscimento, subito, senza dubbio alcuno. Scriva a chi l'ha messa in questa posizione ingiustificabile le stesse cose che Le abbiamo scritto noi".

È quanto si legge nella lettera a firma congiunta che l'assessore regionale del Veneto Elena Donazzan e Giorgio Conte, già deputato di Alleanza Nazionale per tre legislature, hanno inviato al prefetto di Vicenza, Eugenio Soldà, per esprimere la loro posizione comune sulla vicenda di Valentino Bortoloso, il partigiano coautore dell'Eccidio di Schio premiato con la Medaglia della Liberazione. Nella loro nota rivolta a Soldà, i due esponenti della destra vicentina chiedono senza tanti giri di parole al prefetto di intervenire per ritirare l'onorificenza a Bortoloso, detto "Teppa". Ma cosa scrivono esattamente?

"Il clamore sulla inopportunità dell'onorificenza data al responsabile dell'Eccidio avvenuto a fine guerra alle Carceri di Schio non solo non si placa, ma sta giustamente assumendo una rilevanza nazionale - osservano nella lettera Donazzan e Conte -. Cinquantaquattro persone vennero assassinate, tra cui molte donne, la più giovane aveva soli sedici anni. Nessuna colpa. Erano familiari di appartenenti alla Repubblica Sociale Italiana. Era la notte tra il 6 ed il 7 luglio del 1945 e gli esecutori dei sanguinari assassini, capeggiati da quel Bortoloso a cui Lei ha riconosciuto una decorazione. Ricordiamo che quel crimine è stato compiuto a guerra finita e che Bortoloso è stato condannato, per poi essere amnistiato, alla pena capitale da un tribunale Alleato. Rifletta altresì, Egregio Signor Prefetto, sul fatto che il generale americano Dunlop, che sovraintendeva la zona, ebbe a dire sull'episodio: "È mio dovere dirvi che mai prima d'ora il nome dell'Italia era caduto tanto in basso". Possiamo immaginare che Lei non potesse riconoscere quel Bortoloso altrimenti noto alla storia italiana, anche giudiziaria, con il soprannome usato allora di "Teppa", ma la nostra gente lo conosce, eccome!".

"Ci saremmo aspettati un controllo preventivo da parte Sua - proseguono i due -. Lei è, a tutti gli effetti, la massima Istituzione governativa presente sul territorio e ha il dovere di non sbagliare; Lei doveva verificare, in particolare su questo tema, ancora così conflittuale e carico di dolore in Italia, in Veneto e qui a Vicenza. Lei avrebbe dovuto principalmente non offendere la nostra sofferenza, principalmente quella dei familiari di quelle vittime". 

"Egregio Signor Prefetto, Lei ha l'opportunità di rimediare. Ritiri quel riconoscimento, subito, senza dubbio alcuno. Scriva a chi l'ha messa in questa posizione ingiustificabile le stesse cose che Le abbiamo scritto noi. Qualcuno avrebbe dovuto verificare prima di riconoscere ad un assassino un riconoscimento dello Stato; in questo modo è lo Stato che rischia di perdere completamente la propria autorevolezza", concludono.

ILARIA CAPUA, UN CERVELLO IN FUGA CHE AVREMMO POTUTO E DOVUTO TRATTENERE

Oggi Ilaria Capua vola negli Stati Uniti. L'ho conosciuta durante l'emergenza mondiale dell'aviaria Lei allora guidava il laboratorio del dipartimento Scienze Biomediche dell'Istituto Zooprofilattico delle Venezie a Legnaro. Io ero allora assessore ai servizi veterinari e l'ho vista lavorare con un pool di ricercatori che lei contribuiva a pagare, con le ricerche commissionate dall'Organizzazione Mondiale della Sanità, dall'Europa, da altri laboratori internazionali.
Divenne famosa nel mondo per il suo gesto rivoluzionario di mettere la sua scoperta in una banca della ricerca pubblica e non riservata a pochi soggetti: aveva isolato il virus. Prima nel mondo. Mi disse: "Sono una ricercatrice pubblica, sono pagata dallo Stato e sono in gioco milioni di vite". Una scelta coerente con la sua natura di ricercatrice capace, generosa, rivoluzionaria.

Spero che si dissipino in fretta i sospetti che hanno dato adito anche ad una inchiesta giudiziaria su una presunta commercializzazione di virus da parte della scienziata italiana. Mi auguro che la magistratura arrivi presto a fare chiarezza anche se, rilevo con rammarico, le indagini sono in corso già da due anni. E nel frattempo stampa, invidiosi e malpensanti hanno lavorato con il risultato a cui oggi assistiamo amareggiati: Ilaria Capua è stata chiamata da una prestigiosa università della Florida, negli Stati Uniti, dove dirigerà il Centro di eccellenza dedicato all'approccio "One Health".

Sono fiera di essere italiana per poter condividere la nazionalità di persone come Ilaria Capua sono indignata con questo Governo che non ha saputo difenderla ed apprezzarla.

PRESIDENTE MATTARELLA, SALVIAMO I SACRARI MILITARI

"Presidente Mattarella, mi appello a lei affinché intervenga per salvare quelli che non rappresentano solo luoghi sacri per la nostra storia, ma che incarnano memoria, sangue e tradizione della nostra patria, come i Sacrari Militari".
Mi sono rivolta così al Capo dello Stato Sergio Mattarella, in un lettera istituzionale che gli ho personalmente inviato.
La mia lettera-appello al Presidente della Repubblica è finalizzata ad accendere i riflettori su una questione che ritengo di primaria importanza: "Siamo ormai fuori tempo massimo. Già a fine 2014 la Regione Veneto aveva stanziato 4 milioni per compartecipare con la Struttura di missione per gli Anniversari di interesse nazionale, istituita presso il Segretariato generale della Presidenza del Consiglio dei Ministri, alla spesa per interventi a favore dei beni monumentali della Grande Guerra. Ora è necessaria una risposta tempestiva da parte del Governo, che sono certa verrà sollecitato ad agire da Lei, Presidente Mattarella".
 
"Dobbiamo valorizzazione nel giusto modo il sacrificio di chi ieri ha deciso di donare la vita per la nazione - ho scritto nella lettera spedita al Quirinale - ed essere consapevoli che oggi i nostri Sacrari necessitano di interventi strutturali di cui lo Stato deve farsi necessariamente carico. La generosità di soggetti privati che ha permesso, per esempio, il restauro dell'Ossario del Pasubio, non può purtroppo rientrare in una consuetudine e l'emergenza della situazione richiede prontezza, fermezza e soprattutto responsabilità istituzionale".
 
"La sua visita - ho affermato poi riferendomi alla visita istituzionale del Capo dello Stato al Sacrario di Asiago per la Celebrazione del 24 maggio - rappresenta un importante gesto, sia per ricordare agli italiani, tutti gli italiani, che siamo popolo, siamo nazione nel suo compimento dopo la Grande Guerra, sia per riconoscere il ruolo del territorio delle prealpi vicentine che furono contrafforte di estrema difesa dal Pasubio al Grappa, passando per gli altopiani. 
Ieri confine fisico da presidiare, oggi confine ideale da difendere.
Oggi più di ieri, infatti, abbiamo bisogno di sentire nuovamente il privilegio di far parte tutti assieme della nostra patria. Una patria unita attorno alla quale gli italiani possano ritrovare quel senso di una appartenenza che i loro nonni ed i loro bisnonni hanno saputo costruire. E sentirlo con il cuore".

BPVI, CI VUOLE PIÙ SOBRIETÀ. LO SI DEVE AI RISPARMIATORI, A CHI HA CREDUTO NELL'AZIENDA, AI SUOI DIPENDENTI

È incredibilmente dura da accettare la “sentenza” del mercato che fa valere le azioni della Popolare di Vicenza oltre ogni più pessimistica valutazione finora fatta. Non vorrei si trattasse dell’unica “sentenza” di cui parleremo trattando della nostra banca del territorio.

Oggi più di ieri, per far valutare correttamente l’Istituto, dobbiamo fare chiarezza di valori, di prospettive, di governo e di responsabilità. Ho taciuto fino ad oggi solo per pudore. Quello di "sapere di non sapere", trattandosi di una materia, quella finanziaria, che pare troppe volte appannaggio di soloni titolati, di club esclusivi di riferimento a cui mi sentivo del tutto estranea. Soprattutto in quanto politico. Ho ascoltato amici e imprenditori disperati, piccoli e grandi risparmiatori rassegnati, ho letto fiumi di articoli e commenti tra i più disparati. Non ho le idee chiarissime, ma qualcosa di netto su almeno un paio di questioni l’ho.

In primis per ristabilire fiducia tra i risparmiatori e gli investitori non speculatori, che si faccia chiarezza sulle responsabilità. Avere respinto l’idea di una azione di responsabilità è pubblicamente deplorevole. Si avvalora il sospetto che vi sia qualche cosa da non verificare. Se pur mi annovero oramai tra i garantisti convinti e non intendo condannare alcuno, ritengo che vi sia molto da verificare. Certamente all’interno del Consiglio d'Amministrazione per capire i movimenti, le scelte legate ad informazioni sensibili. Insomma per fugare l’idea che qualcuno abbia perso meno di altri. Anche in sede giudiziaria. Anche esteticamente avrei preferito che fossero proprio i consiglieri presenti in CdA ieri e oggi a presentare una azione di responsabilità, per verificare in capo a chi sta la responsabilità.

In secondo luogo, mi chiedo quanto valga un Direttore Generale. Mi chiedo a quali responsabilità debba fare fronte e quando sia chiamato a rispondere delle sue scelte, delle sue proposte, della sua direzione. Gli stipendi di cui conosco attraverso gli organi di stampa sono fuori luogo. Il Direttore di ieri addirittura ha avuto una buona uscita di 4 milioni di euro - oltre al lauto stipendio percepito negli anni - e ha trovato una sentenza favorevole presso il Giudice del Lavoro lampo per vedere protetta la sua liquidazione. A me toccano imprenditori, dirigenti, operai che per avere ragione (o torto) attendono anni.

Il CdA e i vertici apicali sarebbero costati tra il 2014 e il 2015, nel momento di maggiore esposizione, ben 8 milioni. Non mi pare una cifra accettabile soprattutto in questo momento difficile. L'attuale Direttore, stando a quel che si dice, ha percepito una buona entrata più stipendio pari a 1,5 milioni di euro, il suo vice di 700mila euro e gli altri top manager di 2 o 300mila euro. Trovo che si sia superata la soglia del pudore e del dolore, da un lato, per vedere svalutato il titolo, oltre il limite consentito dal mercato, oltre la speculazione, senza che intervenga la Banca D'Italia e il Governo a difendere un patrimonio di risparmi; dall'altro, per un atteggiamento di sudditanza del nostro credito, del nostro territorio nei confronti dell'«Innominato» di manzoniana memoria e di Direttori che nemmeno provenissero da un passato di straordinari successi nella City londinese.

Tolleriamo il sacrificio, siamo ben consapevoli di che cosa sia in Veneto, ma non tolleriamo la spregiudicatezza. Non vorrei dire grazie all'attuale Direttore per il semplice fatto di essersi degnato di venire in cotanto disastro. Voglio vedere risultati tali da giustificare tali stipendi, tali buone entrate e buone uscite. Credo che ci voglia più sobrietà.

Lo si deve ai cittadini, ai risparmiatori, a chi ha creduto in un'azienda ai 5500 dipendenti e ai 575 di loro che, secondo l'ultimo Piano industriale, dovrebbero essere considerati lavoratori in esubero.BpVi-Innominato